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Il 2015 comincerà con un'Europa in condizioni di regresso, certo. Un rapido esame delle differenze di popolazione, PIL, PIL pro-capite dei stati USA, delle quattro nazioni del Regno Unito e ancor più delle Divisioni amministrative della Repubblica Popolare Cinese, mette in luce come il concetto di area monetaria ottimale sia introvabile in natura.

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Da appena qualche settimana si comincia a parlare di “deflazione”, cioè del fenomeno di un forte e costante calo dei Prezzi. E' un fenomeno tanto poco conosciuto e studiato, pur essendo stato al centro della crisi mondiale del 1929, da degenerare imbarazzanti equivoci come quelli in cui è caduto qualche reporter e titolista che ha parlato della preoccupazione crescente in sedi economiche internazionali riferita all'inflazione e non, appunto, alla deflazione. Poco studiata, del resto, dalle discipline economiche che evidentemente hanno sempre pensato che il fenomeno non si sarebbe più presentato

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La consultazione del 18 settembre - "concessa" da Londra - presenta un carattere di piena legalità difficile da trovare nelle cronache più recenti, come si ricorda i referendum tenutisi nei mesi scorsi in un'Ucraina orientale presidiata dai carri armati russi pochi giorni dopo la rivolta di piazza Maidan e la deposizione del presidente, furono infatti autoproclamati.

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Mogherini ha convinto Bruxelles ma se l'Italia avesse desistito sulla sua nomina avrebbe potuto strappare per Enrico Letta la poltrona che adesso sarà di Tusk; in tal modo raddoppiando (triplicando, se contiamo Draghi) la propria presenza: avrebbe infatti preservato il posto di spettanza in commissione, magari a beneficio di un portafoglio economico, soprattutto dal momento che proprio Renzi si era candidato come capofila del fronte crescita.

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Mentre la decisione sulle nomine slitta al vertice del 30 agosto, si registrano le forti resistenze dei Paesi dell’est che hanno maggiore quotidianità con le questioni di spinoso vicinato e che vedono la titolare della Farnesina come troppo cauta e conciliante nei confronti della Russia di Putin. L’intenzione di Renzi è di ripetere il modello che ha portato all’indicazione di Juncker: il voto a maggioranza. Sarebbe la seconda sconfitta della metodica intergovernativa improntata all’unanimità del consenso degli Stati membri.
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Horizon 2020: l'Unione Europea ha diffuso un video per spiegare come partecipare ai vari bandi previsti. Il nuovo Programma, attivo dal 1° gennaio 2014 al 31 dicembre 2020, supporterà l'Unione Europea nelle sfide globali fornendo a ricercatori e innovatori gli strumenti necessari alla realizzazione dei propri progetti e delle proprie idee.

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Dal "Ce lo chiede l'Europa", ineluttabile refrain giornalistico dell'era montiana - faticosa toppa messa a rammendare le tante perdite di credibilità politico-istituzionale dell'Italia - alla capillare campagna promossa dal Parlamento di Strasburgo "Scegli chi guiderà l'Europa", il passo è tutt'altro che breve.

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Le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo che dal 22 al 25 maggio prossimi chiameranno alle urne centinaia di milioni di votanti nei 28 Stati membri sono le prime ad aver luogo dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (1 dicembre 2009) e sono dunque soggette alle regole dettate all’indomani del naufragio (per mano franco-olandese) del ben più ambizioso progetto politico d’una Costituzione europea.

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Attorno alla Commissione, in tanti percorsi di elaborazione concettuale e di policy, in certi joint program su cultura e tecnologia, in tanti documenti a volte approvati, a volte circolanti in bozza, si manifesta una Europa che funziona, che dà indicazioni e indirizzi di grande interesse, che riesce e travalicare i limiti culturali e politici di tanti Stati membri (certamente del nostro), che riesce e creare un minimo comun denominatore linguistico, concettuale e di strategia su politiche pubbliche rilevanti forse più per il destino dei singoli Stati membri che non per quello dell’Unione stessa. E ciò spesso mettendo a frutto contributi e riflessioni di intellettuali e policy makers inascoltati nei loro Paesi d’origine (ancora una volta, certamente nel nostro, come si dirà).

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Se le politiche pubbliche europee tendono a trasformassi in insiemi di regole giuridiche, quelle che si pongono prospettive di lungo periodo appartengono tutte alla categoria delle norme programmatiche, che per loro natura rischiano di essere semplicemente ottative, un collettore di impegni che si dimenticano o che si applicano solo quando è possibile (a riguardo si ricordino i grandi obiettivi di Lisbona). Per le altre regole, quelle soprattutto sui conti pubblici, la palla è da tempo passata a vigilanti e giudici. La parabola sembra talvolta inarrestabile, di qui il crescere delle difficoltà a cambiare modalità e tempi di una politica. Che poi i passaggi più importanti, o ritenuti tali, finiscano per passare attraverso la valutazione delle giurisdizioni superiori del vari paesi è, in definitiva una conseguenza inevitabile come dimostrato dai dettati della Corte costituzionale tedesca di Karlsruhe.

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In Europa si può parlare di uno sviluppo di politiche per la gioventù, in senso proprio, soltanto verso la fine degli anni Sessanta. Prima di allora, infatti, gli interventi avevano specificamente riguardato – e quindi sostenuto – le tradizionali politiche educative e del lavoro. A ribaltare questo scenario, accorse una profonda mutazione culturale dei servizi e dei programmi di intervento, che impose un approccio integrato, multisettoriale e orientato ai fabbisogni dell’utente, per rispondere “a tutto campo” alla domanda di inserimento sociale, espressa dalle giovani generazioni.

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Secondo le previsioni dell’ultimo rapporto della Commissione Europea il Pil pro capite potenziale dell’Eurozona, in assenza di interventi strutturali, crescerà meno dell’1% nel prossimo decennio, circa la metà di quanto fatto registrare durante il periodo pre-crisi 1998-2007.