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I confini della cultura di governo

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Quando parliamo di cultura di governo facciamo consapevolmente riferimento a un’espressione non ben definita e capace di vestirsi di vari significati a confronto con i differenti scenari politici. Può essere usata come sinonimo di “capacità di governo” se ci si riferisce all’ampio ventaglio di strumenti necessari per svolgere il mestiere di governare. Le declinazioni che vengono chiamate in causa nei diversi momenti dell’azione di governo sono varie; si possono dunque distinguere almeno tre importanti livelli di attenzione e intervento che proverò ora ad approfondire.

Esiste il confronto con quella che una volta veniva definita “opinione pubblica”, che si riteneva potesse essere rappresentata dalla stampa; esiste il rapporto con il parlamento, (maggioranza e opposizione) e da ultimo si concretizza nella capacità di gestire il rapporto con le pubbliche amministrazioni.

Si tratta ovviamente di “segmenti” che in misura diversa riguardano tutti i membri del Governo ma che per i più alti esponenti di questo, sono particolarmente determinanti.

Il rapporto con l’opinione pubblica

La cosidetta “opinione pubblica” sembra ormai diventata un rito stanco che si auto-alimenta inerzialmente, oggi icasticamente rappresentata dalle “mazzette dei giornali” e dalle rassegne stampa quotidiane. Consunti, inguaribilmente ripetitivi e con audience in calo, resistono i talkshow televisivi, oggi palcoscenico per conduttori oramai più esperti a domare risse mediatiche che moderatori di dibattitti e approfondimenti. In questo scenario resta interessante ma poco chiaro l’apporto della rete, spesso imbuto senza regole di voci della folla solitaria che diventa mezzo per “l’occasionale e l’insulso” in emulazione reciproca. Altra tessera di quel mosaico che disegna l’immagine confusa del cosidetto “dibattito pubblico” sono i sondaggi. Strumenti spesso semplificatoti – sovente non utilizzati come terreno di riflessione ma come veri e propri mezzi per la costruzione del consenso – che soprattutto oggi dovrebbero lasciare spazio ad una raffinata demoscopia lontana da rischi di mistificazione. Così, complice il crescente numero delle decisioni internazionali ed europee e del peso specifico che queste hanno, si registra un fisiologico spostamento verso una stampa estera scevra da quei caratteri di autoreferenzialità che mortificano quotidianamente quelle che sarebbero necessarie discussioni di merito. In un simile contesto la responsabilità della mancata o incompleta informazione del cittadino, non si può unicamente addossare ad attori politici e istituzionali che molto spesso si trovano a dover gestire dinamiche mediatiche che prescindono dalla funzione di ragguaglio, chiarimento, indagine e controllo che l’informazione dovrebbe avere.

Una seria e attenta capacità di governo è oggi ben più difficile da acquisire ed esercitare che in precedenti momenti storici. Ricostruirla nel contesto contemporaneo è fondamentale

Il rapporto con il Parlamento

Per quanto riguarda i rapporti con il Parlamento è certo importante il coordinamento assicurato da un Ministro a ciò cui è specificamente dedicato ma il rapporto con le Commissioni e con l’Aula sono un problema di ogni Ministro, soprattutto di quelli di maggior peso per le funzioni istituzionali assegnate. Così come, corrispondentemente, sono in capo a tutti i Ministri, i rapporti con il sistema istituzionale dell’Unione Europea che ha allungato verso l’alto l’albero del decision making.

Il rapporto con l’amministrazione

Viene infine il rapporto con la macchina amministrativa, cioè con l’insieme delle varie amministrazioni. E’ sempre stato delicato e condizionante, nel bene o nel male, il rapporto fra il Governo e i suoi membri con l’alta dirigenza amministrativa ma anche con il personale che ai livelli più bassi è chiamato a dare corpo a gran parte delle funzioni esecutive.

Fin qui una sintesi molto drastica. Le cose, in realtà, sono molto più complicate. Il contesto operativo del “governare” si è molto complicato: a monte con l’infittirsi delle procedure di confronto e monitoraggio a livello di Unione Europea (si consideri da ultimo la pratica del “semestre europeo” durante il quale le politiche degli stati membri vengono discusse con la Commissione Europea), a valle con la necessità di confrontarsi e coordinare i poteri delle autonomie regionali e locali dopo che la modificazione del Titolo V° della Costituzione ha reso sempre molto confuse le aree di competenza.

(in)capacità di governo

Dato lo schizzo appena tracciato, si può certamente concludere che una seria e attenta capacità di governo è oggi ben più difficile da acquisire ed esercitare che in precedenti momenti storici. Ricostruirla nel contesto contemporaneo è fondamentale. L’attenzione al problema e la condivisione di tale attenzione è il primo passo da compiere. Per ora, al contrario, di fronte a questo intricato panorama si è vista crescere una generalizzata e diremmo “spensierata” ( nel senso etimologico del termine) rimozione dei problemi. Alimentando una delle fonti del declino. Declino del ceto politico significa innanzitutto questo. Quali possono essere gli esempi che la recente cronaca politica suggerisce?

Alcuni esempi

Più importante di tutti è la questione dei rapporti Governo – Parlamento in materia di decreti legge. Basta andare al messaggio che il Presidente della Repubblica ha inviato ai Presidenti dei due rami del Parlamento durante il processo di conversione del decreto-legge cosiddetto “Salva Roma”

Il Governo non può non darsi carico dei limiti ormai chiaramente fissati dalla Corte Costituzionale. Si veda, da ultimo, quanto afferma la sentenza n.22 del 2012 riguardo all’intrinseca coerenza delle norme contenute in un dl o dal punto di vista oggettivo e materiale o dal punto punto di vista funzionale e finalistico. E’ il Governo ad essere il primo destinatario delle indicazioni della Corte e sua precisa responsabilità attenersi alle medesime. Beninteso il Parlamento e i suoi organi di vertice dovranno ugualmente rispettarli richiamando a ciò il Governo e curando che non si travalichino i limiti per iniziativa parlamentare durante il processo di conversione. In ogni caso se il Governo vuole mantenere agibile lo strumento del decreto legge come principale atto legislativo a sua disposizione in casi di necessità, dovrà ben custodire le condizioni per un suo uso corretto.

La prova della legge di stabilità

A proposito di rapporti Governo – Parlamento due parole sulla legge di stabilità, già legge finanziaria. La formazione del bilancio e l’impostazione della politica di bilancio è responsabilità piena del Governo. Il bilancio non esiste senza l’approvazione del Parlamento che dunque ha il potere di correzione ed integrazione. Ma bisogna ribadire che il processo di bilancio ha senso se il il profilo fondamentale è definito e protetto dall’Esecutivo. In un certo gioco delle parti e in condizioni particolari come tipicamente quella di una maggioranza slabbrata, è ragionevole che il Parlamento modifichi alcune allocazioni delle risorse a patto che vengano ben presidiate le priorità e le compatibilità che il Governo ha predefinito. Non basta predefinire e difendere i saldi contabili. In realtà, c’è – a riguardo della legge di stabilità – una questione troppo a lungo rinviata: se sia una legge utile a fare politica di bilancio dato che puntualmente si trasforma in una legge “omnibus” di dimensioni impressionanti dove, per lo più, prevalgono le norme che assegnano risorse senza altra logica che non sia quella di dare mance e risolvere problemi amministrativi chiari soltanto alla dirigenza amministrativa competente. Ricordo che già nel 1986 mettevo in discussione l’istituto stesso della legge finanziaria di cui peraltro ero stato, qualche anno prima, fra i promotori (errori del riformismo illuminista!).

Politica e amministrazione

Proprio il tema della legge di stabilità porta prepotentemente alla questione dei rapporti fra Governo, pubbliche amministrazioni e alta dirigenza amministrativa. Capita nella pratica che si vada da un eccessivo lassismo ad una ingerenza che configge con la chiara e normanna separazione fra corpo amministrativo e corpo politico. Cosa sia un buon rapporto di collaborazione fra la pubblica amministrazione e la direzione politica della stessa amministrazione è una questione ancora irrisolta. A dipanare la matassa non sono servite le norme sullo “spoil system” all’italiana. All’incontrario. Per esempio c’è da lamentare, in materia, una lunga assenza di riflessione sulle necessarie funzioni degli uffici di diretta collaborazione del Ministro e la mancanza di esperienze recenti da additare come buone pratiche. Ovviamente qui se ne può fare semplice cenno.

Certo, un’avvertenza è d’obbligo: quella sulla necessità di un forte coordinamento fra gli staff e i “gabinetti” dei vari Ministri. Fa meraviglia la dimenticanza delle necessarie prassi di coordinamento che si dovrebbero considerare consolidate che si è verificata in casi come quello degli stipendi degli insegnanti.

Nuova politica e cultura di governo

Quanto detto fin qua sulla “cultura di governo” suggerisce infine una forte curiosità. La segreteria del Partito Democratico è stata chiamata da Matteo Renzi a occuparsi di strategia, fatti, idee generali e comunicazione. Il percorso tracciato con la proposta di legge elettorale e riforme costituzionali è un modello che ha avuto la sua efficacia. Ma sembra che anche in questo perimetro non si possano evitare discorsi di dettaglio fra i quali campeggiano molte delle cose ricordate in questo Memo.

Spero che i temi della cultura ( e prassi) di governo non sfuggano all’attenzione della nuova Segreteria del PD; aspettiamo dunque di cogliere segnali di consapevolezza.

Fonte foto di copertina
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