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Da dove ricominciare?

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La nostra proposta di “ricominciare” parte da una premessa chiara: continuare a puntare su un tipo di integrazione europea che cresce su un fitto tessuto istituzionale che ha i suoi punti di forza in fattori contraddittori di natura nazionale può portare a rinnegare i caratteri fondanti del disegno europeista originario. Anche se questo non è mai stato federalista ma, fino ad un certo punto, efficacemente funzionalista. Il rischio c’è e cresce rapidamente. Dunque, occorre ricominciare da capo.

Come sollecitare le energie sociali che più o meno diffusamente hanno consapevolezza della portata dei rapporti di interconnessione che sono stati costituiti prima dalla Comunità e poi dall’Unione Europea. Non si tratta soltanto delle leve di giovani europei che hanno condiviso percorsi formativi analoghi nel programma Erasmus e magari delle “coppie Erasmus”. O, più importante, della caduta dei confini nazionali.

In questa prospettiva viene per prima “l’ultima chiamata” ai partiti europei che, fino ad ora, sono solo mere espansioni dei gruppi parlamentari di Strasburgo. Ai quali è mancata di certo la capacità politica di tessere le fila di un qualsiasi ambizioso disegno sociale di dimensione continentale. Hanno preferito rimanere e sentirsi orfani dei grandi padri fondatori.

Se ogni componente di PPE e PSE andrà, come sempre, alle elezioni del Parlamento Europeo del maggio prossimo con iniziative di scala nazionale sarà di fatto conclamato il loro rifiuto sostanziale dell’Europa.

Ha invece molto significato, in questa contesto, la proposta di sostegno ad Alexis Tsipras, recentemente avanzata da Barbara Spinelli. La opportunità è quella di spingere il suo progetto oltre i confini greci e oltre lo stretto spazio riservato alla sinistra radicale, cercando di farlo diventare proprio di una più vasta società civile consapevole dell’importanza del binomio – proposto da Tsipras – Piano Marshall per l’Europa e più federalismo. Dirò, paradossalmente, che hanno anche un significato positivo le pacche sulle spalle fra Marina Le Pen e Matteo Salvini, in confronto all’inerzia dei partiti europei/europeisti.

In secondo luogo, bisogna prendere atto che sul piano culturale nessuna vera battaglia è stata combattuta per creare un profilo dell’Europa in qualche misura unitario. Il terreno sembra anzi tabù.

Si dà per scontata un’ “idea di Europa” ma si preferisce tenersi strettamente all’ Europa delle differenze con pluralità di stelle polari nazionali, per quanto queste brillino di luce affievolita

Si dà per scontata un’ “idea di Europa” ma si preferisce tenersi strettamente all’ Europa delle differenze con pluralità di stelle polari nazionali, per quanto queste brillino di luce affievolita.Bisognerebbe fare un bilancio dei programmi di sostegno dei media europei come quello riguardante il cinema. Per quanto riguarda la televisione Euronews non ha fatto importanti salti in avanti dopo l’iniziale impostazione, sobria ma efficace, di cui fu ideatore e promotore Massimo Fichera che in Italia aveva creato una vivace e creativa (allora) RAI 2 . La vicenda recentissima della chiusura di Presseurop, il bel portale interattivo in dieci lingue della stampa europea a causa del mancato rinnovo di finanziamenti della Commissione e per l’inesistenza di altre alternative di finanziamento è una vicenda molto significativa (in negativo). Ancora una volta, però, occorre rimarcare la latitanza di qualsiasi iniziativa che coinvolga la scuola. Senza il più potente mezzo a disposizione per realizzare con spirito critico una coscienza europea è chiaro e scontato che si rimane al palo. Se una volontà d’Europa non attraverserà trasversalmente il continente perchè incapace di catturare l’interesse e la passione delle nuovissime generazioni verrà definitivamente meno ogni capacità di progetto di politiche diffuse e comuni. Il discorso sulle istituzioni dell’integrazione europea perderebbe definitivamente qualsiasi respiro.

Insomma, ricominciare a lavorare da capo su alcune questioni fondamentali alla base dell’idea stessa di unione. Altrimenti non è possibile raggiungere nemmeno traguardi intermedi di un certo significato e di sicura durata.

Incombe, in ogni caso, la domanda: accettiamo di tornare agli Stati nazionali e all’equilibrio delle potenze o smantelliamo le ricostruite ragioni degli stati nazionali per fare seri e condivisi passi sulla via di una integrazione più sostanziosa?

Prendiamo pure atto che – come si ripete dopo l’insuccesso della Costituzione Europea – un disegno federale è più difficile e ancora assai lontano non fosse altro per il multilinguismo delle popolazioni europee e per la crisi della lingua franca.. Ma quando mai si é pensato, in materia di integrazione europea, “o tutto o niente”? L’importante è non cedere all’incessante tentazione di lasciare strada libera ai singulti o pretese nazional-patriottiche che hanno già trasformato – per dirne una – la legislazione europea da una normativa di armonizzazione ad una normativa “omnibus” dove trovano spazio le tante e diverse esigenze dei numerosi stati membri.

Quale che sia il punto a cui si è arrivati se si riesce a fermare la logica di un’integrazione (ri)dominata dal principio dell’insuperabilità degli stati nazionali, sarà possibile ritrovare, con altro spirito, tutte le implicazioni positive dello stesso processo d’integrazione di tipo funzionalista. Sarà quindi necessario non credere nella supposta carica positiva di un processo che ad oggi pare soltanto inerziale. Cioè totalmente incapace di fare fronte al ritorno, sul fondo, delle pulsioni di paranoia collettiva che, al loro acme, devastarono i sentimenti nazionali e l’Europa stessa nella prima metà del Novecento.

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