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Dove è finita l’Europa del diritto?

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Il ratto di Europa (particolare). Affresco di Carlo Cignani nel Palazzo Ducale del Giardino (Parma).

Il ratto di Europa (particolare). Affresco di Carlo Cignani nel Palazzo Ducale del Giardino (Parma).

Dall’inizio dell’anno, sulle pagine dei giornali di tutta Europa, hanno trovato spazio i racconti di diverse storie sulla genesi del limite di deficit consentito ai bilanci dei paesi membri dell’Unione. È giusto ricordare che già Tommaso Padoa Schioppa, avendo seguito strettamente i negoziati che portarono al Trattato di Maastricht, molti anni fa scrisse sulla mancanza di convincenti basi teoriche tali da giustificare una simile decisione.

Secondo la stampa francese e tedesca, la soglia del 3% sul deficit/PIL, sarebbe stata suggerita da Guy Abeille, un funzionario francese al quale il Dipartimento del Bilancio del Presidente Francois Mitterand, rivolse la richiesta di elaborare una regola che facesse fronte alle tante pressioni sulla spesa pubblica che derivavano dalla vittoriosa campagna elettorale presidenziale del 1981.

Una scelta dettata dunque da esigenze politiche interne, che portarono ad arrotondare al 3% il rapporto al PIL nazionale che era del 2,6% (con un debito pubblico che allora era, per la Francia, corrispondente al 60 % del PIL, parametro che da Maastricht in poi fu considerato virtuoso ). Fu così che per diversi anni la politica francese – con relativo successo – si basò su una regola che nel 1991, a Maastricht travalicò i confini d’oltralpe, dando vita ad uno stringente vincolo esterno per le politiche di bilancio di tutti i paesi membri.

In ogni caso la reale mancanza di strumenti istituzionali di governo, ha semplificato impropriamente i parametri dell’integrazione europea offrendo all’opinione pubblica un’immagine di Europa che attizza ed accresce incomprensioni piuttosto che superarle o smussarle. L’estrema focalizzazione su parametri annuali semplificati (certo, il PIL non è sostituibile ma tutti ne conoscono i grandi limiti) ha portato così all’accentuazione di quella che è la fisiologica miopia dei mercati finanziari.

Quali che siano le origini della regola, si sa che fin quando questa permane, non si può che rispettarla. Specie quando tutte le parti in causa non paiono per ora disposte a metterla in questione e ad oggi, nessuno degli organismi nazionali che nei vari paesi è attore di processi decisionali, pare seriamente intenzionato a chiederne una rapida modifica (come ha spesso ricordato Fabrizio Saccomanni, ministro dell’Economia del governo Letta).

In un quadro così definito, fare i conti con il vincolo del 3% significa sapersi muovere fra gli interstizi che spesso le regole lasciano Un esempio ne dà il suggerimento di Giovanni Vetritto in materia di co-finanziamento richiesto per usufruire delle erogazioni dei fondi strutturali comunitari. 1

Vale comunque la pena ricordare che gli effetti delle “fiscal consolidations” (come si usa denominare le politiche di austerità) sono stati indagati a fondo con forti evidenze di “spillovers” negativi non solo per i paesi periferici dell’Eurozona ma – nel medio tempo – anche per quelli che oggi sono il cuore del sistema.

È la sintesi che emerge anche dell”Economic Paper” n. 506 della serie pubblicata dalla Commissione Europea, redatto dall’economista fiammingo Jan in ‘t Veld. Le conclusioni del paper partono dalla constatazione che operazioni di consolidamento come quelle realizzate negli anni recenti, abbiano contribuito a deprimere la crescita nell’area dell’euro. Per le economie di molti paesi non se ne nega la necessità ma si prova a ridisegnare un allungamento del percorso attraverso il quale queste debbano essere realizzate. La Commissione, ha tenuto però ad avvertire che le opinioni espresse sono soltanto dell’autore.

Se le politiche pubbliche europee tendono a trasformassi in insiemi di regole giuridiche, quelle che si pongono prospettive di lungo periodo appartengono tutte alla categoria delle norme programmatiche, che per loro natura rischiano di essere semplicemente ottative, un collettore di impegni che si dimenticano o che si applicano solo quando è possibile (a riguardo si ricordino i grandi obiettivi di Lisbona). Per le altre regole, quelle soprattutto sui conti pubblici, la palla è da tempo passata a vigilanti e giudici. La parabola sembra talvolta inarrestabile, di qui il crescere delle difficoltà a cambiare modalità e tempi di una politica. Che poi i passaggi più importanti, o ritenuti tali, finiscano per passare attraverso la valutazione delle giurisdizioni superiori del vari paesi è, in definitiva una conseguenza inevitabile come dimostrato dai dettati della Corte costituzionale tedesca di Karlsruhe.

Ci chiediamo a questo punto dove sia finita l’Europa del diritto. La visione di un’Europa che sarebbe cresciuta attraverso un’armonizzazione ad ampio raggio delle regole che toccano campi vari della vita civile e dei relativi ordinamenti non è scomparsa ma si è proiettata in tempi sempre più lontani. Sotto la spinta della globalizzazione porrebbero addirittura essere altri i fattori di questa ipotetica armonizzazione. Un effetto è comunque  chiaro: l’Europa del diritto si è concentrata sui bilanci pubblici, non c’è da meravigliarsi considerando che qualsiasi processo storico di affermazione di un potere statuale o parastatuale (a cominciare dall’emergere di un Parlamenti a fronte del potere assoluto di sovrani monarchici) è partito sempre da decisioni sui bilanci. Certo, la centralità del potere della borsa è scontata da sempre; le accese trattative fra Presidente e Congresso degli Stati Uniti degli ultimi tempi ne sono state l’ennesima dimostrazione.

Quel che invece è il dato di fatto inedito offerto dal processo di integrazione europea, è la ragnatela delle normative e l’incerta conseguente distribuzione dei poteri decisionali. Il frazionamento è molto particolare e non ha precedenti, ben vero è che in questa ragnatela ci si può muovere in vario modo riuscendo anche ad aggirare alcuni ostacoli.

Gianluigi Tosato, nella relazione presentata ad un recente seminario organizzato dalla Corte Costituzionale, ha autorevolmente illustrato la valenza reale delle regole e la necessità di ben interpretarle ed usarle. Ciò è vero e tuttavia rimarca una questione di grande peso: il passaggio di buona parte degli strumenti di governo nelle mani di guristi/burocrati vigilanti e di giuristi/giudici, il che significa rendere spesso incomprensibili i termini anche a chi  dovrebbe rappresentare la politica.

La reazione a tutto ciò è nota: semplificare al massimo a rischio di parlare di fatti immaginari. Ma è oramai chiaro che in questo stato di cose la politica della disaffezione, del rifiuto gridato, del conflitto emotivo un po’ paranoico ha il sopravvento. Anche se è una politica del nulla. Almeno fino ad ora.

Foto: Il ratto di Europa (particolare). Affresco di Carlo Cignani nel Palazzo Ducale del Giardino (Parma).

  1. Come smontare il 3% e vivere (un po’) felici pag 15 di Pagina 99 del 27 febbraio 2014
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