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Lettera aperta al Ministro Franceschini

Per un'efficace valorizzazione dei beni artistici e culturali in Italia

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lettera aperta a Dario Franceschini
Caro ministro Franceschini,

nelle ore successive alla sua nomina, ha dichiarato che il Dicastero del quale è diventato responsabile è senza dubbio il più importante ministero economico del nostro paese. Le ragioni sono molte e da tempo immemore, oramai, vengono riaffermate come un mantra anche se nei fatti siamo ancora molto lontani da una piena trasformazione in linea attuativa di questo convincimento. Nella relazione sul Rendiconto Generale dello Stato 2012, la Corte dei Conti in Sezioni Riunite in sede di controllo, é tornata a ricordare l’importanza di “strumenti di gestione maggiormente flessibili e capaci di mobilitare risorse private” nel campo della valorizzazione dei beni culturali ed ambientali apparendo necessario, nel quadro della crisi economica, poter contare su un patrimonio che “garantisca la sostenibilità delle attività anche nel caso di riduzioni o ritardi nell’erogazione di finanziamenti pubblici”. Osservazione che vale in generale ma che dovrebbe trovare efficaci riscontri soprattutto in relazione al “patrimonio storico, artistico e paesaggistico italiano” che “proprio per la sua articolata segmentazione e suddivisione in diversi ambiti non rappresenta soltanto un valore estetico/contemplativo, ma anche una specifica e indispensabile risorsa in campo economico e produttivo”.

La stratificazione normativa

Come ha recentemente osservato la Commissione presieduta dal professor Marco D’Alberti nella relazione finale contenente proposte per un migliore funzionamento del Ministero dei Beni Culturali, “il Codice dei contratti pubblici, il Codice dei Beni Culturali e il Testo Unico degli enti locali sono tre fonti che dettano normative non sempre fra loro congruenti e possono dare luogo a letture divergenti dello stesso fenomeno”. Ciò vale soprattutto – nota ancora la Commissione – per gli appalti di lavori pubblici aventi ad oggetto beni del patrimonio culturale, e per le concessioni di servizi. “Per ricostruire la normativa applicabile, l’interprete é costretto a muoversi tra una selva di rinvii (…) Si tratta di una operazione simile alla composizione di un puzzle”. In sostanza c’é da dire che le vicende legislative influenti in materia (ivi comprese quelle riguardanti il Titolo V della Costituzione) hanno prodotto una quantità rilevante di modificazioni che si sono susseguite in tempi che probabilmente non hanno consentito la sedimentazione necessaria per ben sperimentare adeguate pratiche attuative. La legislazione é stata sospinta a fare fronte all’esigenza, spesso enfatizzata, di dettagliare meglio profili soggettivi e procedurali ma il sovrapporsi delle fonti di diritto in almeno tre livelli – comunitario, nazionale e regionale, per non dire di quello comunale – invece di dipanare dubbi, ha reso ancora più aggrovigliato il fenomeno. Da tutto ciò é nato un contenzioso giudiziario ricco di casi e condizionato da molteplici linee di pensiero.

I limiti all’attuazione del partenariato

In tali condizioni di contesto non é così riuscita ad affermarsi la ratio che sottostà all’obbiettivo perseguito dalla valorizzazione: il coinvolgimento delle forze economiche private in quello che, al di là delle configurazioni giuridico-formali, dovrebbe costituire un campo di partenariato pubblico – privato particolarmente importante per il paese.

La valorizzazione dei beni culturali suppone l’appello ad uno spirito d’impresa inteso nel senso pieno del termine, cioé capace di realizzare valore economico. Ciò può anche portare ad attenzioni esasperate su risultati profittevoli nel breve periodo e non solo da parte dei privati ma anche delle stesse pubbliche amministrazioni, senonché in questo campo l’attività profittevole non può che collocarsi in prospettive di più lungo periodo e legate allo sviluppo dei territori. C’è però un altro sguardo visuale, quello che vede spesso con molto, troppo sospetto la valorizzazione sulla spinta spesso degli studiosi del patrimonio culturale, come fonte possibile di pericoli cospicui per la conservazione di tale patrimonio. È proprio in questo contesto che ha tardato ad affermarsi quella fattiva collaborazione fra pubbliche amministrazioni e imprese che dovrebbe costituire fattore peculiare di spinta per un partenariato pubblico – privato complesso ma strategicamente importante per l’economia stessa del paese. La cultura e i comportamenti che si realizzano in materia sono dunque ancora largamente incompatibili, il che ha impedito ogni reale passo innanzi malgrado la grande quantità di leggi e “codici” ad hoc.

Finora é vero che i ritardi lamentati dipendono molto anche da quella che la Commissione D’Alberti chiama “carenza di expertise in materia di contrattualistica pubblica nelle varie situazioni appaltanti competenti sui beni culturali”, tanto che non ci si é posti nemmeno compiutamente nella prospettiva di creare tali caratteristiche con adeguato spirito sperimentale ma si é preferito rimettersi all’expertise di chi tratta di contrattualistica pubblico-privata senza sensibilità particolare alla specifica materia di applicazione. Ne deriva, al contrario delle attese, l’esasperazione di classiche ma tralatizie focalizzazioni proprie del diritto amministrativo di tipo burocratico, nel cui ambito, per usare una espressione di tipo proverbiale,  tutti i gatti, di notte, diventano bigi.

La preferenza per una gestione diretta é stata sostituita da un’accettazione o addirittura una preferenza per un assetto oligopolistico dei gestori imprenditoriali. Ne é derivata un’accentuazione della già ricordata abitudine a concentrare l’attenzione sul momento iniziale dell’affidamento senza prendere molto in considerazione lo svolgimento del rapporto contrattuale. Ciò rafforza le imprese a comportamenti sostanzialmente oligopolisti accentuando intese che consentano a poche imprese di conseguire tutti i possibili posizionamenti sul mercato. La pluralità di imprese indipendenti e realmente concorrenti soprattutto sul piano della qualità dei servizi e delle iniziative dovrebbe invece essere particolarmente curata in questo campo. Un recente articolo giornalistico dà conto di questa situazione di oligopolio con riferimento a fonti autorevoli e istituzionali (v.l’inchiesta di Andrea Ducci, La Cultura sotto i piedi pubblicata sul settimanale “Il Mondo” del 15 novembre 2013). Contesto oligopolstico (si é parlato di “oligopolio collusivo”) che viene favorito – vale ribadire – anche dalla mancanza di un attento monitoraggio relativo al funzionamento del mercato in generale e all’andamento in concreto degli incarichi affidati. Le ipotesi di un forte apporto di creatività che discendono anche dalle raccomandazioni di una Commissione ministeriale che ha lavorato qualche anno fa sul tema (v .Libro Bianco sulla creatività della Commissione presieduta da Walter Santagata) appaiono suggestioni importanti ma di difficile realizzazione nella realtà attuale. Eppure é questa creatività che andrebbe particolarmente richiesta alle imprese. Fra le altre indicazioni della Commissione é fondamentale la raccomandazione di contribuire non soltanto alla valorizzazione del patrimonio artistico ma della stessa cultura materiale che ne é derivata nei territori. Al punto di fare spesso dei territori stessi dei veri distretti culturali e produttivi. Le imprese chiamate a fornire servizi culturali intesi nel senso ampio della nozione, sembrano poter essere utili e veri agenti di propulsione per una strategia dei distretti, tanto più se con apporti plurali e autonomi ed in reale competizione propositiva.

La strada per la valorizzazione

In conclusione si può dire che l’ancoraggio a regole assai formalistiche ma non per questo meno incerte, ha costituito un forte ostacolo per l’emersione di processi compiuti di valorizzazione dei beni culturali e per il loro adeguato governo. Per esempio, é ben ragionevole pensare che le Regioni, a cui spettano particolari compiti in materia di beni culturali, costruiscano un quadro di riferimento programmatico relativo all’azione da svolgere per la valorizzazione, ma è anche vero che qualsiasi azione si debba poi intraprendere ha bisogno di un’ attenta attività di coordinamento degli attori pubblici e privati coinvolti, supportata da un’adeguata funzione di monitoraggio.

I passaggi della valorizzazione che diventano spesso nodi stringenti da sciogliere, derivano da alcuni elementi di base. In primo luogo il carattere tripolare del mercato della fruizione e della valorizzazione dei beni culturali: ci sono da una parte le pubbliche amministrazioni responsabili delle funzioni cruciali come la tutela e la valorizzazione allineata ai paradigmi della tutela, dall’altra gli utenti fra i quali, molto importanti, quelli potenziali all’interno e all’esterno dei confini nazionali; e infine le imprese chiamate a svolgere funzioni cruciali di sviluppo con apporti necessari e fondamentali di creatività imprenditoriale. Questa realtà sfugge spesso alla considerazione degli operatori concreti di parte pubblica e di parte privata. Certamente, però, dovrebbe essere chiara soprattutto ai soggetti pubblici che stanno al centro di tale “mercato”.

“Le potenzialità competitive del Paese risiedono anche nella capacità di gestire tali beni garantendo l’ottimale utilizzo delle risorse disponibili, grazie anche al contributo dei privati e delle imprese” (v. vol. III pp.392 – 393), ha ribadito la Corte dei Conti facendo nuovamente luce su una consapevolezza che vive dalla legge Ronchey che introdusse sì la problematica dei servizi aggiuntivi ma che non ha trovato ancora un percorso rapido di corretta attuazione.

Dunque; come ripartire sollecitamente? Innanzitutto va fatta un’analisi minuta e severea dalle esperienze fatte, e del “mercato” che si è venuto a definire. In secondo luogo occorre affermare la necessità di una cultura comune del partenariato cooperativo e pubblico-privato di una conseguente opera di formazione al riguardo, opera sempre strenumente negata all’insegna di una contrattualistica formale di riporto ovvero delle regole finanziarie della cd. “bancabilità”. In terzo luogo, l’avvio di un partenariato efficace presuppone la condivisione dei valori della conservazione del patrimonio culturale da intendere nel contesto aggiornato di una interdisciplinarietà che dovrà utilizzare e studiare al meglio le potenzialità offerte dalla cultura virtuale della digitalizzazione.

Sperando di aver offerto qualche spunto di ragionamento per la piena realizzazione del convincimento che la ha accompagnata in via del Collegio Romano, le auguro buon lavoro.

 Sergio Ristuccia
fonte foto: ritagliata dall’originale di Michele Travagli, licenza CC 2.0 utilizzo non commerciale

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