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Thomas Piketty, le scienze sociali e il metodo interdisciplinare

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thomas piketty queste istituzioniIl libro di Thomas Piketty, storico economico ed economista francese, intitolato “Il Capitale nel XXI secolo”, ha avuto enorme successo negli Stati Uniti. Il dibattito é acceso. Notevoli le controversie anche riguardo alla identificazione dei dati statistici sui quali la ricerca di Piketty si fonda. In ogni caso Paul Krugman – economista e saggista statunitense – ha parlato di “un’opera superba che cambierà il modo in cui pensiamo la società”. Affermazione, quest’ultima, che colpisce molto anche perché fa implicito rinvio ad alcune pagine delle conclusioni del libro nelle quali l’autore si spende energicamente a favore di un lavoro di tipo interdisciplinare fra tutte le scienze sociali.

Le parole di Piketty, a guardar bene le cose, confermano che la Grande Crisi di questi anni ha chiamato in causa le scienze sociali, dimostratesi incapaci di tessere quella massa critica di conoscenze e interpretazioni, necessaria per affrontare le dinamiche sociali in un periodo di drammatiche e durature trasformazioni.

La parola a Piketty. Partendo dalla sua disciplina egli afferma che: “non riesco a concepire l’economia se non come una sottodisciplina delle scienze sociali, da accostare alla storia, alla sociologia, all’antropologia, alle scienze politiche e a tante altre”. D’altra parte, osserva che é troppo facile per tutti i ricercatori di scienze sociali “porsi al di fuori del pubblico dibattito e del confronto politico, e limitarsi a svolgere il ruolo di commentatori e demolitori di ogni discorso e di ogni statistica”. Il loro impegno “deve concretizzarsi in scelte,istituzioni e politiche precise, si tratti di Stato o di imposte o di debito pubblico. (….)Secondo me, l’idea che l’etica del ricercatore e quella del cittadino sarebbero inconciliabili, e che si dovrebbe scindere il dibattito sui mezzi da quello sui fini, é una pura illusione: certo comprensibile, ma sostanzialmente pericolosa”.

Insomma, “gli economisti, se vogliono davvero rendersi utili, devono soprattutto imparare a essere più pragmatici nelle loro scelte metodologiche, fare tabula rasa delle proprie certezze, se occorre, e porsi in rapporto con le altre scienze sociali. A loro volta gli altri ricercatori di scienze sociali non devono lasciare lo studio dei fatti economici ai soli economisti, devono smetterla di andare in fibrillazione quando vedono una cifra, magari gridando all’impostura, e limitarsi a riconoscere che ogni cifra é una costruzione sociale, una cosa verissima ma anche insufficiente”. Importante é non lasciare il campo libero agli altri, dice Piketty il che significa non lasciare libero il campo alle semplificazioni del “sentito dire “che temono la complessità sociale e la falsificano, più o meno sistematicamente rimanendo intrappolati nei simulacri di politica economica e sociale.

Il discorso di Thomas Piketty sulle scienze sociali risuona alle orecchie di chi ha lungamente sostenuto la centralità del metodo interdisciplinare. Metodo che dovrebbe essere proprio soprattutto delle scienze sociali ma che viene poco perseguito in ragione delle sue molteplici difficoltà. L’appello destinato alle scienze sociali, affinché queste facciano fronte comune  alla Grande Crisi –  “chiamata” con la quale ritenni di dover concludere il mio saggio introduttivo alla traduzione italiana del libro “Le tre culture” di Jerome Kagan (Feltrinelli Editore, 2013) – è oggi ancora valido e emergenziale nella sua estrema attualità.

Foto: CC 2.0 di Blue-news org

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