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Rifare Costituzioni: a proposito del CNEL

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Villa Lubin e la Fontana dei Delfini (Viale David Lubin) Attuale sede del Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro

Villa Lubin e la Fontana dei Delfini (Viale David Lubin)
Attuale sede del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro

Le Costituzioni sono atti normativi fondamentali. Negli Stati Uniti, ad esempio, la Costituzione è alla pari della Bibbia in quella religione civica che caratterizza il paese. In Germania, poi, la Legge Fondamentale ha un ruolo talmente importante da pesare per l’intera Unione Europea. Insomma, che la Costituzione sia una cosa seria è tautologico ma è anche giusto riaffermare che non è, e non deve essere intoccabile.

Se diamo per assunto quanto appena detto, sembra scontato affermare che le modifiche della Costituzione si devono fare nel modo più serio possibile. Ma non è così scontato in un momento particolare come quello che stiamo vivendo oggi. La difficoltà per chi si muove in questa direzione sta nella capacità di agire fuori dalla stretta contingenza politica, dalla ricerca del consenso elettorale, dai giochi di partito e dai risultati di sondaggi che poco si prestano a questo tipo di rilevazioni.

La necessità di ottenere risultati in tempi molto stretti è, in via generale, facilmente condivisibile. E sono ben convinto che la velocità non impedisce riflessioni minuziose e scrupolose. Innanzitutto sarebbe bello sentire affermare non che sono tanti anni che non si fa niente in materia di costituzione ma piuttosto che si è fa e si sbaglia. Dopo l’anno 2000 infatti sono state ben due le modifiche costituzionali che il Parlamento ha approvato: la riforma del Titolo V decisa dall’allora maggioranza di centrosinistra e ratificata dal referendum confermativo e la riforma voluta dalla maggioranza di centro-destra nel 2005, non ratificata, questa volta, dal referendum.

Due riforme che molti fra quelli che vogliono modificare il testo costituzionale nelle parti che riguardano l’architettura istituzionale (noi siamo fra questi) ritengono di modesto spessore e, per ragioni diverse, sbagliate. Furono forse sbagliate perché l’una e l’altra erano partisan o perché il merito era mal pensato e/o mal scritto? Ma quali pensamenti seri e approfonditi vengono invece oggi portati, nel dibattito pubblico, a supporto delle ancor non chiarissime proposte di riforma?

Il disegno presentato dal Presidente del Consiglio è frutto forse dell’espressione di una chiara volontà popolare che deriva da una consultazione dal basso? O forse della sintesi delle richieste di cittadini che non sono stati informati su quanto realmente, un disegno di riforma, possa modificare assetti specifici (e non evidenti) che travalicano la necessità di tagliare i famigerati costi della politica?

Ad un osservatore esterno pare assai difficile rispondere, meglio dunque provare a fare qualche riflessione nel merito di alcuni aspetti di queste modifiche. Cuore della riforma è il Senato, sul quale tanto, tantissimo si è detto. Aspetteremo però ad esprimerci per evitare di contribuire ad affollare un dibattito che per ora è un po’ sconclusionato e fra sordi.

Cominciamo invece dal CNEL, la cui soppressione è data come un fatto naturalmente acquisito dall’opinione pubblica. Ma al di là delle denunce e delle inchieste sommarie e molto facili sugli “sprechi”, quali sono i pensamenti offerti nell’attuale dibattito? Non molto più che il nulla.

Visto che la nostra rivista, ha avuto modo in tempi andati di riflettere sul funzionamento del CNEL, ci è parso utile cominciare da questo tema.

Gli interventi che pubblichiamo e quelli che recuperiamo dal passato, sono per ora il nostro contributo per alimentare un dibattito che speriamo di vedere uscire dai confini delle estreme semplificazioni politiche e mediatiche.

 A questo punto penserei utile passare ad un altro registro: passare ad alcune premesse ed opinioni sintetiche che ci permettono di giocare a carte scoperte. La prima cosa da dire è che il Cnel, nell’attuale configurazione e modo d’agire, non può essere difeso.

Un Cnel legato alla “concertazione” con le parti sociali non ha senso né prospettive. Se in epoca di concertazione (come oggi non siamo più) non è stato valorizzato dalle parti sociali non si può certo pensare che la concertazione possa essere rivitalizzata da una riforma del Consiglio. La concertazione dipende dai modi di funzionamento del sistema politico e dei suoi attori principali. Così come dipende dai problemi irrisolti delle Confederazioni sindacali, come già segnati molti anni addietro sulle pagine di “queste istituzioni” da Giuseppe Berta.

Il Cnel ha senso e va conservato, riformato e potenziato se si prende atto seriamente che serve al buon governo complessivo del paese un organo, con indipendenza costituzionale, di ascolto e monitoraggio permanente delle voci e delle trasformazioni sociali del paese. Nel contesto europeo e nel mezzo dei fenomeni di globalizzazione questa funzione assume sempre maggiore importanza. Credere che classe politica ( e partiti), Governo e Parlamento, per non parlare appunto degli organismi di rappresentanza delle parti sociali, siano in grado di provvedere da soli a questa funzione è una palese e maldestra semplificazione. Di fatto sarebbe declassare quello che possiamo considerare uno dei compiti fondamentali delle istituzioni democratiche (che non sono soltanto quelle del suffragio universale) al compito di raccogliere pareri di singoli “esperti” di fiducia della classe politica, di pretesi guru di varia qualità, di opinionisti pretensiosi e quant’altro del genere.

Alcune iniziative attuali che, anche quando dettate dalla legge, hanno sapore di occasionalità possono ben rappresentare in nuce la funzione del Cnel a cui bisogna pensare. Il rapporto sul BES ad esempio, è stata un’iniziativa del Consiglio che è stato nel caso, l’organo di ascolto della società (certamente da allargare ed approfondire). E pare un paradosso che il Governo raccolga le indicazioni del BES nel DEF presentato pochi giorni fa, proprio mentre propone la soppressione del soggetto che ne è stato il promotore. Altrettanto si può dire del Rapporto sui servizi erogati dalle pubbliche amministrazioni che oggi più che mai ha bisogno di essere valorizzato.

Insomma, dando uno sguardo alto e distaccato dalla contingenza, sembra proprio che si sta procedendo senza una visione ampia e forte della funzione del Consiglio come organo che potrebbe leggere, interpretare e anticipare la complessità sociale. Funzione che nessun altro esercita e che non può essere delegata nemmeno alla Banca d’Italia come grande think tank nazionale. Dovrebbe essere proprio un organo come il CNEL, anzi, a fare da riferimento dei non molti think tank già esistenti nel paese.

Probabilmente bisognerebbe riscrivere da capo le funzioni del CNEl, riconoscere che lo stesso dna istituzionale contenuto nell’articolo 99 della Costituzione va riconsiderato a fondo e in qualche modo sostituito. Anche se per l’attuale art.99 molto si spese Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75 all’epoca dell’Assemblea Costituente, uomo di grande indipendenza politica e intellettuale fuori dagli schieramenti dei partiti di massa.

Un altro aspetto importante è che l’art.99 fa parte di un Titolo della Costituzione dedicato agli Organi Ausiliari. Del fatto non si è dato carico nessuno. Non è stato mai ricordato.Dimostrando che non solo non esiste una idea o strategia, sia pur vaga, degli organi ausiliari, ma di fatto accrescendo il ruolo di quelli esistenti, ovvero il Consiglio di Stato e la Corte dei Conti. Il tutto mentre sulle prime pagine dei giornali si fomenta la battaglia contro l’egemonia dei giuristi/burocrati di apparato. Non è un gran bel risultato.

C’è da concludere chiedendoci quale sia la visione politica non strettamente contingente di chi ha trasformato questa riforma nel vessillo del riequilibrio tra i privilegi della politica e la normale vita dei cittadini.

Prima o poi, la tendenza a semplificare le complessità non sopperirà più alla necessità di esprimere una chiara valutazione nel merito delle questioni e allora verrà anche il momento di riempire di significato, di valori , di risultati ottenuti, il termine “cambiamento” nel campo delle fondamentali istituzioni democratiche. E bisognerà ben renderne conto ai cittadini.

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  • Giuseppe Pennisi

    Condivido la riflessione di Sergio Ristuccia, anche se temo, per parafrasare un’aria della Tosca
    che ormai L’ora è fuggita’ e il CNEL si appresti a morire disperato , nonostante proprio di recente abbia prodotto lavori da essere citati dallo stesso Governo che vuole sopprimerlo. In altre sedi, mi sono espresso sulle determinanti e di breve e di lungo periodo che hanno
    reso il CNEL (così come è) di scarsa utilità e lo hanno fatto diventare lo scalpo da mostrare a tutti coloro che vogliono assumere le vesti di paladini alla lotta contro inefficienze e sprechi. Uno ‘scalpo’ che serve a coprire inefficienze e sprechi ben più gravi. In effetti, d’accordo con Ristuccia, non si tratta tanto di tornare all’art.99 della Costituzione come venne redatto dall’Assemblea Costituente quanto di trasformare il CNEL in organo indipendente di alta consulenza a Governo e Parlamento in materie economiche e sociali. In tale organo verrebbero , naturalmente, rappresentate la parti sociali (nella misura in cui oggi hanno un ruolo nella società,probabilmente inferiore a quello che avevano nel 1947 a ragione dei cambiamenti nella struttura della produzione e del crescente ruolo delle professioni, del lavoro autonomo,
    dell’associazionismo). Nel Consiglio dovrebbero avere una funzione chiave esperti di chiara fama in materie giuridiche, economiche e sociali; inoltre, tutti i componenti dovrebbero avere requisiti minimi di preparazione nelle discipline essenziali alle funzioni di consulenza a Governo e Parlamento. Anche la struttura tecnica del Consiglio dovrebbe essere tarata a questi fini; temo, però, che si sia perso il treno quando al momento dello scioglimento dell’Issar, il CNEL non si sia adoperato per un trasferimento di almeno parte dei ricercatori dell’Istituto presso la propria struttura tecnica, che ha quasi esclusivamente professionalità amministrative.