Home Articoli Pa e Istituzioni E se invece del CNEL pensassimo al Consiglio Economico, Sociale e Ambientale?

E se invece del CNEL pensassimo al Consiglio Economico, Sociale e Ambientale?

Download PDF

soppressione del cnel renzi boschi
Abbiamo qualificato “queste istituzioni”, attraverso il sottotitolo “analisi, opinioni e proposte”, come uno strumento per discutere e avanzare proposte.  
Sul CNEL abbiamo detto che il Consiglio, così com’è, non può essere difeso. Quel che riteniamo debba sostituire il CNEL è reso esplicito nella bozza di nuovo articolo 99 della Costituzione che poniamo oggi sul tavolo della discussione.  

Il Consiglio Economico, Sociale e Ambientale è organo di consulenza del Parlamento e del Governo per la raccolta e il coordinamento delle conoscenze e delle valutazioni concernenti i fenomeni sociali e ambientali di maggior rilevanza nell’ambito nazionale ed europeo. Opera su richiesta del Parlamento, del Governo o di petizioni popolari nonché di propria iniziativa.

Ha facoltà di proporre e contribuire ad elaborare testi di legge. Riferisce periodicamente sulla propria attività. È composto da 45 esperti nominati, con un mandato di sei anni non rinnovabile, dieci dalla Camera dei deputati, dieci dal Senato delle Autonomie, cinque dal Governo e venti dal Presidente della Repubblica, questi ultimi anche sulla base delle designazioni delle organizzazioni di rappresentanza sociale.” 

Sappiamo bene che dobbiamo spiegare significato e portata della proposta. La premessa, già accennata, è che non regge ai tempi la logica di rappresentanza che era propria di molti padri costituenti ed in particolare di Meuccio Ruini che fu strenuo sostenitore dell’idea di un Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro. Un’idea che recepiva, senza prevederne possibili crisi, un sistema di rappresentanza para-corporativa che fosse utile alla democrazia (anche a prescindere dal modello di Giuseppe Bottai e del fascismo e quindi pensando a modelli e teorie risalenti a periodi prefascisti). In realtà da tempo era diffusa la consapevolezza che la democrazia del suffragio universale dovesse integrarsi con diverse forme di rappresentanza. Sulla possibilità che questa rappresentanza dovesse essere legata ad aggregazioni sindacali (comprese quelle dei datori di lavoro) che finiscono per essere di tipo più o meno para-corporativo rimane convincente la posizione di Adriano Olivetti: da una parte la critica ad ogni organizzazione corporativa di rappresentanza e l’indicazione, dall’altra parte, dei criteri di identificazione delle funzioni politiche per le quali il suffragio universale dovrebbe provvedere attraverso adeguate competenze e saperi.

Quali sono però le ragioni della nuova norma costituzionale proposta e dell’architettura che ne consegue?

Di recente The Economist in un’ampia rassegna critica (che Internazionale ha meritoriamente divulgato in Italia) affronta la questione della crisi generale della democrazia. Fondamentalmente il settimanale sostiene che occorre riequilibrare la visione a breve che è propria della politica del giorno per giorno, alimentata dalle necessità degli appelli all’elettorato e dalla comunicazione che veicola questi appelli (da gran tempo gli studiosi della politica contemporanea hanno illustrato il fenomeno) e la visione a lungo che dovrebbe essere a fondamento di una direzione forte della società e delle strutture statali che manca del tutto nel nostro paese condannato ad essere una “Repubblica del non fare” da una serie di fattori storici difficili da rimuovere (come ha ben messo in evidenza Luigi Capogrossi su <mondoperaio> febbraio 2014). Una linea di pragmatismo e sperimentalismo democratico non dovrebbe, dunque, rifiutarsi di considerare la proposta che stiamo facendo. La frattura fra le due visioni è conosciuta diffusamente dagli studiosi nei paesi di democrazia occidentale tanto da suggerire a qualcuno di creare una fondazione dedicata a Think Long, come l’Economista ricorda.

Il nome del Consiglio è quello tempo addietro adottato in Francia ma il modello operativo è profondamente diverso (basti soltanto pensare che i membri del C.E.S.E. francese sono 233). I membri di un “organo ausiliario” del sistema di governo disegnato in Costituzione non può che essere espressione degli organi che compongono questo sistema. Di qui i poteri di nomina suggeriti. Deve trattarsi di membri qualificati in grado di assolvere con sistematicità ai compiti che, definiti in generale in Costituzione, dovranno essere specificati con legge ordinaria (potremmo cominciare a ragionarci rapidamente) escludendo qualsiasi mandato di rappresentanza.

Fotografia: comunicato stampa del Governo (Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, illustra in conferenza stampa a palazzo Chigi i provvedimenti approvati al termine del Consiglio dei Ministri n. 10. Foto-video: Tiberio Barchielli e Filippo Attili)

Sei su Gmail? Clicca sul banner, seguici su Google+ e aiutaci a crescere!
  • Antonio Di Rosa

    Grazie per lo spunto di riflessione, Direttore. Nell’era degli uomini soli al comando, la rappresentanza deve tornare a farsi sentire come momento di crescita e confronto, non come palla al piede. E deve poter lavorare in un organismo che abbia gli strumenti necessari per farlo, con snellezza. Parliamone!