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Un respiro sempre più corto

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Le ragioni dell’integrazione europea erano ben chiare all’inizio del processo, cioè subito dopo la fine della seconda guerra mondiale: eliminare in radice le condizioni di conflitto che avevano caratterizzato l’Europa,soprattutto centro-occidentale, per un lungo, feroce e paranoico periodo fra Ottocento e Novecento. Con al centro due catastrofiche guerre totali. Ragioni ben presto rafforzate da quelle della guerra fredda e della necessità del grande impero democratico americano di avere dalla sua parte un’Europa centro-occidentale solida, integrata in qualche misura e democratica secondo il modello, sia pure declinato in varie versioni nazionali, della democrazia di tipo liberal-democratico.

Al momento della caduta, nel 1989, del muro di Berlino, evento di grande evidenza che venne a suggellare la progressiva implosione dell’Unione Sovietica, cominciò ad essere chiaro che gli obiettivi della prima fase dell’integrazione europea fossero stati raggiunti in qualche ragionevole misura (frontiere aperte, non più guerre guerreggiate, crescita di una popolazione multilingue e così via) . Qualcuno é arrivato a pensare che si sia diffusa progressivamente in Europa una percezione/aspirazione ad essere un continente/fortezza inteso come una mega Svizzera neutrale nei confronti dei grandi mali del mondo (tanto da essere del tutto impreparata ad affrontare la stessa drammatica realtà “europea” dei Balcani negli anni 90).

Altre ragioni sopravvennero a spingere verso l’integrazione dell’Europa che si possono sintetizzare così: come far fronte alla globalizzazione. Un fenomeno, la globalizzazione, che ha già cominciato a spazzare via ogni residuo di eurocentrismo vecchia maniera.

Malgrado la portata dei cambiamenti storici in corso un dibattito di ampie dimensioni é mancato sulle ragioni vecchie e nuove dell’integrazione europea

Malgrado la portata dei cambiamenti storici in corso un dibattito di ampie dimensioni é mancato sulle ragioni vecchie e nuove dell’integrazione europea. Ciò ha alimentato confusione e contraddizioni. Una volta consegnata l’integrazione europea al metodo inizialmente impostato da Jacques Monnet della ricerca delle cooperazioni funzionali di settore raggiunte prevalentemente per via di una funzione regolativa volta a realizzare armonizzazioni di ordinamento e di sistema economico ha fatto sì che, alla lunga, ci creasse una grande macchina non a caso denominata a suo tempo “eurocratica” che per molti aspetti é fine a sé stessa senza un grande anima progettuale. Monnet, a dire il vero, ebbe piena consapevolezza di questo rischio anche all’inizio quando il metodo fu innervato da un geniale realismo politico.

Con la decisione di creare l’euro sembrò che il metodo avesse raggiunto l’acme, quello che avrebbe imposto necessariamente il salto verso una vera Europa politica da intendere come Europa federale e federata . Non é stato così. Ormai da tempo serpeggia al riguardo la delusione anche fra quanti avevano creduto in questo esito. Mancando bene un traguardo comune e ben definito, oggi si consolida il proposito di mantenere in vita il reticolo dei rapporti e delle procedure che già da tempo abbiamo definito come un tavolo negoziale permanente e vincolante. Intorno al quale possono esserci, alla fine, soltanto i governi degli Stati membri. Di qui quel metodo intergovernativo, spesso criticato se non deprecato ma non sostituibile al momento. Con qualche conseguenza paradossale. Il ritorno di discorsi sulla sovranità nazionale quando – al dilà della stessa realtà europea dove al tavolo negoziale conta la forza economica di ciascun paese a prescindere, in definitiva, dalle stesse regole – la sovranità viene ridimensionata ampiamente dagli effetti della globalizzazione e dalla assoluta preponderanza dei mercati finanziari. E nello stesso tempo la timidezza di tali discorsi: nessuno ha il coraggio di tornare ad inneggiare agli “stati nazionali” (di per sé profondamente indeboliti senza grandi possibilità di recupero). Di qui le tante prudenti qualificazioni della sovranità come “sovranità patriottica democratica”, cioè come necessità di perseguire la piena partecipazione di tutti gli organi nazionali della democrazia rappresentativa, dai parlamenti alle corti costituzionali, nei procedimenti decisionali europei. Con conseguenze evidenti : prima fra tutte il loro protrarsi nel tempo.

D’altra parte, se non si può tornare agli stati nazionali, quale altro discorso si può tentare per non rimanere del tutto insabbiati nel deserto politico, come abbiamo chiamato l’afasia, la non visione e l’inazione politica che caratterizzano l’Europa?

Bisogna perlomeno prendere atto che non si può rimanere legati alla routine dei Consigli Europei, al profilo di grande segretariato che ha la Commissione, alla sequenza insensata dei”semestri europei” e così via. E’ un campo da seguire sempre più da vicino per farsi ben valere, ma occorre anche cominciare a intendere bene la pluralità delle azioni, soprattutto quelle fuori dei reticoli istituzionali, che devono essere rivitalizzate o create ex novo per rilanciare un progetto d’Europa. Occorre chiamare alle loro responsabilità le forze politiche europee disperse , frastornate e confuse di fronte alla grande crisi recente e all’impulso che sempre ne consegue: proteggere quel che si può nei propri confini ristretti.

Dunque, puramente e semplicemente, bisogna saper anche ricominciare da capo. Lì dove serve.

 

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