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Come si misura il valore della cultura?

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E’ fuori discussione che la cultura abbia un valore: è ciò che per definizione ha valore rispetto a ciò che non ne ha. La cultura è l’opposto dell’utile. Utile è il lavoro, la produzione, il salario; inutile è la cultura, l’arte, la musica. Quello che ha a che vedere con l’utile, almeno dal Romanticismo in poi, risulta caratterizzato da un segno negativo: guarda alla materialità, al quantitativo, è grossolano, spesso sporco e rumoroso, in ogni caso tralascia i valori, che sono invece ineffabili.

Simone Verde, Cultura senza Capitale. Storia e tradimento di un'idea italiana, con un saggio di Andrea Emiliani, Venezia, Marsilio, 2014

Simone Verde, Cultura senza Capitale. Storia e tradimento di un’idea italiana, con un saggio di Andrea Emiliani, Venezia, Marsilio, 2014

L’idea che si ha della cultura influenza fortemente le politiche culturali: questo è il tema centrale del volume Cultura senza capitale di Simone Verde. Gli esempi sui quali l’autore si sofferma – la Rivoluzione francese e la creazione della Smithsonian Institution negli Stati Uniti – mostrano che in quei casi la cultura è stata sostenuta poiché è stata ritenuta utile. Utile al singolo e alla comunità, utile a produrre maggiore coesione sociale e maggiore consapevolezza. Utile anche a produrre innovazione, con tutte le conseguenze che ciò può avere in ambito strettamente economico. Nei casi presi in esame la cultura è stata posta in rapporto con la comunità e con il suo interesse inteso in senso ampio, ossia come capacità di emancipazione e di crescita.
L’economia della conoscenza considera la cultura in modo non diverso da altre attività e settori produttivi, ossia come generatrice di un valore significativo anche dal punto di vista economico. Nella crescita prorompente di Cina, India, Brasile, la cultura svolge un ruolo decisivo. Il nostro paese sembra non essersi accorto di questa funzione della cultura, nonostante il fatto che, specie in periodi come il Rinascimento, sia stato uno dei luoghi più densi al mondo quanto a produzione culturale. Possiamo chiederci se si tratta di un “nonostante” o non invece di un “dal momento che”: l’abbondanza di arte e cultura nel passato sembra rappresentare un freno alla espressione attuale dell’ingegno, soffocare piuttosto che stimolare, distogliere l’attenzione dal presente piuttosto che collegare in un filo unitario presente e passato.
Questo atteggiamento si esprime nelle politiche della ricerca e della cultura: il nostro paese destina al sostegno di ricerca e sviluppo l’1,26 per cento del PIL (dato ISTAT del 2010-2011), contro il 2,3 per cento dei paesi europei, e il 3,5 per cento della Svezia. Al MIBACT l’Italia destina lo 0,2 per cento del budget statale (dato del 2013) contro una media dell’1,5 per cento nei paesi sviluppati. Richard Florida, uno degli economisti che hanno studiato il valore economico della creatività, ha stimato allo 0,3 l’indice di creatività dell’Italia, rispetto allo 0,8 della Svezia, allo 0,6 degli Stati Uniti e allo 0,57 della Germania. Dati che non stupiscono, ma che preoccupano.
La cultura non produce direttamente PIL, ma ha un effetto indiretto importantissimo per mettere in piedi condizioni che creano sviluppo economico, maggiore libertà e maggiore uguaglianza: crea infatti nei singoli e nelle comunità, e in quella comunità delle comunità che è la nazione, crescita intellettuale, consapevolezza, maggiore coesione sociale e maggiore integrazione, desiderio di sperimentare nuove forme di sapere e nuovi stili di vita. Se non si crede nel valore così inteso della cultura non la si sostiene in modo adeguato. Se non si sostiene la cultura, non si creano quelle che Verde definisce “le infrastrutture materiali della libertà individuale”. Si sopravvive ma non si cresce, si conserva ma non si crea.
Il volume di Verde compie un’operazione concettuale che in Italia oggi è indispensabile: considerare la cultura non più, non solo, come salvaguardia della tradizione (materiale e immateriale) giunta fino a noi, ma mettere in relazione cultura ed economia, cultura e sviluppo. Pensare la cultura in questo modo può avere due effetti, entrambi positivi: può dar luogo a un’idea dinamica della cultura tramandata; può creare condizioni in cui sia possibile non solo fruire della cultura prodotta nel passato, ma produrne di nuova.
Oggi la concezione che domina da noi è quella di una cultura museificata, protetta, morta, nei confronti della quale l’unico atteggiamento possibile è quello dell’ammirazione e del rispetto. Musei, siti archeologici, monumenti, biblioteche, archivi, si limitano spesso a esibire capolavori che non vengono messi in contatto con il contesto che li circonda e dal quale sono nati, ma che ne vengono separati in una esistenza intemporale. I pezzi che vi sono raccolti sembrano domandare esclusivamente cura, protezione, difesa contro l’opera distruttrice del tempo. A questo infatti vengono consacrate le risorse destinate al settore, e si tratta ovviamente di una funzione che non può essere trascurata. Così facendo, però, i luoghi della conservazione non svolgono l’altra funzione che è loro essenziale: la promozione della cultura attuale, la progettualità, la creazione di spazi, condizioni, figure, grazie ai quali l’arte e la cultura possano declinarsi al presente.
Le politiche della cultura adottate in Italia negli ultimi 25 anni sono ricostruite da Verde nel loro va-e-vieni fra centrale e locale, pubblico e privato. Sprechi (duplicazione di musei nello stesso luogo dedicati allo stesso tema), prodotti inadeguati (mostre insoddisfacenti) e veri e propri disastri (ingenti fondi europei investiti in grandi opere poi abbandonate), sono il risultato di un disorientamento e una incertezza perduranti in questo settore. Il sistema italiano risulta oggi confuso e contraddittorio non tanto per le scelte fatte (intervento pubblico e privato, fondazioni, soprintendenze speciali, ruolo centrale del ministero e ruolo delle direzioni regionali e degli enti locali) quanto per l’assenza di una visione sistemica dei problemi, l’incerta consapevolezza dei fini da raggiungere, il susseguirsi di riforme parziali che, invece di ridurre il caos, lo hanno moltiplicato.
La domanda che emerge da questo volume è la stessa che agita chi riflette sulla condizione presente del paese: perché ci troviamo nello stato in cui ci troviamo? di chi è la colpa? dei governi, degli intellettuali, della politica, dell’industria? quale di questi soggetti ha mancato di svolgere la funzione che era sua propria? attraverso quali processi si è giunti fin qui? ed è forse per mali antichi, per caratteristiche connaturate alla nostra nazione, che ciò è avvenuto? Certo è che la crisi che viviamo non è solo economica o solo politica: è crisi di identità, di progetto, di senso. E’ crisi di futuro, assenza di orizzonti.
La proposta di Verde è utilizzare le risorse per mettere in piedi un sistema unitario e gerarchico che sia capace di gestire in modo sensato l’ingente patrimonio culturale che possediamo e che, al tempo stesso, consapevole di quanto la cultura sia utile alla crescita individuale e collettiva, riesca a realizzare di nuovo, come è stato nel passato, condizioni favorevoli alla creatività. Verde scrive, contro l’ideologia della mera conservazione: “i beni culturali vivono e sopravvivono alla storia soltanto se ritrovano un’utilità e una significazione a loro contemporanea”.

Programma non facile, ma certamente necessario.

 

 

 

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